La bellezza del Tango Porteño: tra estetica ed etica

La bellezza del Tango Porteño: tra estetica ed etica

Giorgio Paolo Lanza

Atteso il lungo periodo, di oltre un secolo, lungo il quale il tango porteño ha affascinato la gente in tutto il mondo, si può affermare con certezza che il tango porteño sia una Danza Bella.

Ma, di che tipo di bellezza si tratta?

Il filosofo greco Platone — che distingueva tra bellezza estetica da un lato, e bellezza etica dall’altro — ci offre una chiave interpretativa sorprendentemente feconda per comprendere il tango porteño nelle sue diverse forme.

In Platone, la bellezza che colpisce i sensi non è falsa, ma incompleta: è un primo gradino, una soglia che può condurre — se attraversata consapevolmente — verso una bellezza più alta, quella che riguarda l’anima, il Bene, la verità dell’essere.

Applicata al tango, questa distinzione permette di leggere la tensione — spesso conflittuale — tra tango spettacolo e tango di sentimento non come una semplice opposizione di stili, ma come due diversi rapporti con la bellezza: il primo prevalentemente estetico, il secondo eminentemente etico.

La bellezza estetica e il tango spettacolo

Per Platone, la bellezza dei corpi e delle forme è potentemente persuasiva, capace di rapire lo sguardo e il desiderio. Tuttavia, essa appartiene al mondo del divenire: è mutevole, contingente, esposta al rischio dell’illusione.

Se ci si arresta a questo livello, la bellezza diventa seduzione ma non verità.

Trasposta nel tango, questa bellezza estetica trova la sua espressione privilegiata nel tango spettacolo: un tango che si offre allo sguardo, costruito per essere visto, giudicato, applaudito.

La tecnica, la plasticità delle figure, la teatralità dei gesti e l’eccezionalità del movimento producono un’esperienza estetica intensa, immediata, spesso abbagliante. In termini platonici, il tango spettacolo vive nel dominio dell’eidos visibile: la forma perfetta, l’immagine compiuta, l’armonia che si mostra.

È una bellezza reale, ma esposta al rischio di restare prigioniera della superficie.

Platone, tuttavia, non demonizza la bellezza estetica: essa può essere l’inizio di un cammino.

La contemplazione di un corpo bello può risvegliare il desiderio di una bellezza più alta, purché non si confonda il mezzo con il fine.

Ovvero, detto in modo più semplice:

il corpo bello accende il desiderio,

ma non è fatto per saziarlo definitivamente.

Se lo prendiamo come fine ultimo, il desiderio si consuma, diventa possesso, dipendenza, narcisismo.

Se invece lo riconosciamo come segnale, come invito, allora può condurci oltre: verso una bellezza che non si guarda soltanto, ma si riconosce, si condivide, si abita.

Allo stesso modo, il tango spettacolo può — ma non necessariamente — aprirsi a una dimensione etica.

Ciò avviene quando la virtuosità tecnica non è autoreferenziale, quando la scena non è puro narcisismo, ma veicolo di un senso più profondo: il rispetto dell’altro, l’ascolto musicale, la verità emotiva del gesto.

In questi casi, la bellezza estetica diventa trasparente: lascia intravedere qualcosa che la supera.

Il pubblico non ammira solo la difficoltà dell’esecuzione, ma percepisce una qualità umana, una coerenza interiore, una forma di verità incarnata.

Tuttavia, questa ascesa resta fragile e incerta: il rischio della caduta nell’apparenza è sempre presente.

La bellezza etica e il tango di sentimento

La bellezza più alta, per Platone, non riguarda ciò che si vede, ma ciò che si è.

È la bellezza dell’anima che agisce in conformità al Bene, che mantiene misura, giustizia, verità.

È una bellezza che non seduce, ma convince; non abbaglia, ma permane.

Nel tango porteño, questa dimensione trova la sua espressione più compiuta nel tango di sentimento: un tango che nasce dall’abbraccio, dall’ascolto reciproco, dalla rinuncia alla spettacolarità fine a se stessa.

Qui la bellezza non è esibita, ma condivisa; non è rivolta al pubblico, ma all’altro.

Il movimento si fa essenziale, talvolta quasi invisibile.

Eppure, proprio in questa sobrietà emerge una bellezza più profonda: la bellezza della cura, del rispetto dei tempi dell’altro, dell’attenzione alla musica come spazio comune.

Nel tango di sentimento, la bellezza coincide con un modo di stare in relazione.

Non dipende dalla difficoltà delle figure, ma dalla qualità dell’incontro.

È una bellezza che non può essere separata dall’etica, perché implica responsabilità, ascolto, misura.

In termini platonici, potremmo dire che questo tipo di tango non si limita a contemplare il bello, ma lo incarna: il corpo diventa luogo in cui l’anima si rende visibile.

La danza non è più un oggetto da ammirare, ma un’esperienza di verità condivisa.

Per questa ragione, il tango di sentimento non ha bisogno di spettatori: la sua bellezza si consuma interamente nell’abbraccio.

E proprio per questo, quando viene osservato con attenzione, commuove più di quanto impressioni.

Conclusione

Alla luce della distinzione platonica, il tango porteño può essere letto come un percorso possibile tra due forme di bellezza:

Il tango spettacolo abita prevalentemente la sfera della bellezza estetica: potente, seducente, ma esposta al rischio dell’apparenza.

Il tango di sentimento, invece, si colloca naturalmente nella sfera della bellezza etica: una bellezza che non si mostra per essere giudicata, ma si realizza nell’incontro.

Come in Platone, non si tratta di una condanna dell’estetico, ma di una gerarchia di senso:

il tango spettacolo ci insegna che la bellezza del corpo è una porta;

il tango di sentimento ci ricorda che quella porta conduce, se attraversata davvero, a una bellezza più esigente: la bellezza etica dell’incontro umano.

E forse, come nel pensiero platonico, il tango ci suggerisce che la bellezza più alta non è quella che si mostra meglio, ma quella che ci rende migliori.

Giorgio Lanza