Provare per credere

Non esistono quasi più le parole: provare, tentare.

Un tempo — e in parte ancora oggi — si dice ai bambini:

“Prova, poi decidi se ti piace.”

È una delle prime lezioni di vita: non puoi sapere chi sei e cosa ami se non attraversi l’esperienza.

Ma questa lezione, crescendo, si perde.

Gli adulti smettono di provare.

Non perché non ne siano capaci, ma perché hanno paura.

Paura di sbagliare.

Paura di fare brutta figura.

Paura di scoprire i propri limiti.

Paura, soprattutto, di uscire dalla propria zona di comfort.

E nel tango questa paura si manifesta in modo drammaticamente chiaro.

Proprio gli uomini — che nel tango dovrebbero guidare, assumersi la responsabilità, creare spazio e sicurezza — sono spesso i primi a tirarsi indietro.

Non provano.

Non osano.

Restano aggrappati alle poche figure che conoscono, agli automatismi, alle abitudini, alle scuse:

“Non sono portato”,

“Non ho tempo”,

“Non fa per me”,

“Ormai è tardi”.

In realtà non è mai tardi.

È solo che non vogliono attraversare il momento scomodo in cui si è principianti, fragili, esposti.

Il tango, invece, chiede proprio questo:

di mettersi in gioco,

di camminare senza sapere esattamente dove si andrà,

di ascoltare il corpo dell’altro e anche il proprio,

di accettare l’errore come parte del cammino.

Nel tango non si cresce restando fermi.

Si cresce provando.

Tentando.

Sbagliando.

Correggendo.

Riproponendosi.

La vera maturità non è evitare il rischio,

ma avere il coraggio di attraversarlo.

E chi non prova, in realtà, ha già deciso di non vivere pienamente la vita